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Martedì 20 Dicembre 2011 - Fabio RINALDI

Foto di FABIO RINALDI, a TRIESTE, via Roma n 20, I piano
presso il Centro Direzionale della BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DI STARANZANO E VILLESSE


29.04.2006

Si inaugura presso lo spazio Juliet (via Madonna del Mare 6, II piano), sabato 29 aprile 2006, dalle ore 18 alle 21, la personale di Annamaria Iodice. L'esordio dell'autrice avviene a Napoli, attorno al 1975, per mezzo di piccoli e fugaci miracoli, come lo scintillio di un atto poetico dentro al vociare stordito e sentimentale del vicolo, il suscitare un silenzio improvviso tra tante parole, pur usandole tutte, cercando, nell'arte, una dimensione capace di illuminare l'opacità della consuetudine. Ciò che è rimasto in Annamaria Iodice di quel primo impatto, che essa visse e definì anche con appunti diaristici, è il respiro ritmato della passeggiata tra i vicoli, quel respirare tranquillo che risuona a contatto con le cose che il cuore incontra e salva dalla distrazione dei propri pensieri, un respiro che accompagna la comparsa di sparute pianure disegnate oggi su carta o sulla superficie di mattoni rossi che, come nei sogni, trovano solo in un albero, o una figura, il segreto della visione: come tutti i poeti, Annamaria Iodice vede ciò che tutti noi, se fossimo un poco più sgombri dai nostri pensieri, dovremmo essere in grado di percepire, ovvero la realtà; e, come tutti i poeti, non può resistere alla vanità di tornare indietro a raccontarcela, rimpicciolendo di gran lunga quel segreto che solo pochi hanno il coraggio di oltrepassare. Da alcuni appunti di Annamaria Iodice, riportiamo qui di seguito alcune frasi che meglio commentano e integrano il suo lavoro.


"Creare con il gesto della mano, seguendo l'impulso personale (energia sapiente o vivente, che è e che sono io), significa dare ascolto al lato nascosto delle cose per assistere al loro manifestarsi come di fiamma sempre accesa che sa il fatto suo e tante altre cose. Un rumore di conoscenze di tempo passato, recenti e lontanissime, fissato forse nei geni delle cellule più significative, forse collocato in una strada che ha l'ingresso nella testa dove si rispecchia il fondo che è nel respiro. E in questa regione è posto il deposito-laboratorio dove i distillati del vivere e del visto, amato e capito, risiedono attivi e forti, anche se lievi come luce, profumo, suono. Con il gesto, con colore e acqua, per uno strano fenomeno, escono dalla punta delle dita, del pennello, e si imprimono sulla materia-supporto. Allora li guardo e capisco che sono giusti. Cerco di capire se sono capaci di produrre energia positiva da impiegare per comunicare. Cosa li distingue da ciò che è posto nel centro degli altri, o cosa li accomuna? Sono certa che sono lì perchè si sono scelti, forse perchè hanno vinto su altre cose, soffocate o comunque non considerate. Sono quelle entità più vicine a ciò che è limpido, anche se a volte misterioso. Il mio lavoro consiste nell'utilizzare gli strumenti di questo laboratorio per raccontare ciò che mi si mostra, che guardo, che mi colpisce. Ciò che risuona in me è un insieme di impulsi che muovono dal paesaggio del mondo vegetale, umano, animale, dall'arte che già ha contemplato e riferito. Arte vista negli anni di cui ho conservato ancora una volta il sentimento che la genera. Ciò che viene estratto è un distillato, un prodotto di decantazione che voglio restituire, rispecchiare, perchè mi sembra un tesoro da non perdere, da rimettere in circolazione. » un lavoro che richiede concentrazione perchè genera capacità di ascoltarsi, di liberarsi dagli ostacoli che nel quotidiano si formano: inutili graffi, inutili pesi, preoccupazioni superflue e tenaci, sentimenti noiosi e tetri, egoismi personali, polveri tossiche, negative, capaci di costruire esistenze impegnative ma fragili. Scegliere cosa è meglio. Così comincia a nascere un linguaggio, esiguo di cifre, ma con le quali provare un racconto, anche stentato, ma il più possibile pulito, disposto anche a interpretare qualcosa d'altro. Il supporto deve avere la capacità di impregnarsi nel modo giusto, per sè stesso e per il colore, che sia arrendevole ma nello stesso tempo restituisca nitore facendo emergere l'impulso che ha ricevuto, senza sbavature non volute. Pigmenti sì, ma in quantità limitata, come cadmio rosso e giallo, indaco e oltremare, verde acqua e turchese bianco. Dall'unione col supporto nascono individualità precise, supporti già pieni di storia come antichi mattoni di conglomerati veri trattati con tecniche che ricordano l'affresco, l'encausto, che richiamano esperienze da non ritenere morte. Oppure carte leggere o un po' porose atte a trattenere micro pozzette d'acqua colorata dove il pigmento si assesta e respira nelle fibre. Spesso l'immagine non ha contorno netto poichè, come frammento, ha possibilità di legarsi ad altri frammenti ed essere elemento di un insieme più ampio, ancora una volta individuale ma parte di altro per cedere a un flusso come di vento. Il rapporto con le esperienze contemporanee per me significa la ricerca di uno spazio in cui esistere per esprimere cose in cui alcune persone possano riconoscersi, non di consumo spicciolo, non di relax, non di superfluo nè tantomeno un rifugio: che offra invece la possibilità di un momento di rallentamento, di distacco dalle necessità del correre e sia un'ipotesi da condividere. Coltivare dei giardini viventi di altri fiori, di altre brezze, di altri mari aperti e collegati a spazi siderali in cui soffiare come vento".

La mostra sarà visitabile fino al 16 maggio, ogni martedì, dalle 18 alle 21, oppure su appuntamento telefonando al numero 040-313425.


Paesaggio con S.Cristoforo - 2003, olio su tela, cm 40 x mt 1.40

Paesaggio Celestino - 2003, mt 2 x cm 64