16.03.2006
Il primo moto dell'animo che si avverte, come impulsivo e irrefrenabile, nell'avvicinare l'opera del grande artista Claudio Massini è quello di sfiorare con il palmo della mano la superficie dipinta, come se ci si trovasse di fronte a un intarsio di legno e marmo e si pretendesse di saggiare le diverse temperature dei materiali impiegati, o a una pelle conciata e dipinta e si ritenesse di doverne vagliare la rugosità, o a un guscio d'animale lavorato con incastri di zaffiri e rubini e ci venisse il capriccio stimarne la preziosità, o a una tovaglia intrecciata da ricami e bordure e se ne volesse testimoniare l'accuratezza delle finiture.
In forza di questo impulso, la sensazione tattile sembra quasi riuscire a prendere il sopravvento su quella visiva e questo in forza di un gioco di abile manipolazione del tessuto pittorico che, in età settecentesca, dietro il velario di un ventaglio, avrebbe fatto lanciare un gridolino di ammirazione alla dama dai due nei, e che, nel nostro caso, toglie eleganza e naturalezza alla pretesa di un commento orale. Tale è lo stupore e la sorpresa che si prova di fronte a queste alchimie pittoriche che, ci pare lecito pensare a un'opera di antica fattura, quasi a un effetto rocaille, mentre, all'opposto, il senso forte della vita, seppure in sottofondo e meno avvertibile, è dato proprio dalla fede in una visione gremita di sensi, nella pagina scritta col segno, che si snoda talvolta a rilievo e talaltra in profondità, come in un intreccio di simboli scarificati.
Siamo dentro una spontanea e genuina esuberanza espressiva; un'esuberanza che vuole meravigliare (accantonando la centralità del corpo umano), catturare (alimentando l'idea di una vita iperdecorata), colpire con forza (come fossimo investiti dalla caduta repentina e fragorosa di una montagna di rocce e terra), e che pone il suo punto di forza in una tecnica particolarissima e ingannevole.
Ma, al di là di ogni squisito appiglio tecnico, è ovvio il richiamo indiretto alla testimonianza di artisti di somma levatura: da David (per la compostezza ed eleganza delle sue narrazioni) a Matisse (a causa della fede in un esasperato decorativismo), da Picasso (per una inesausta cavalcata su segni linguistici e materici) a Duchamp (in virtù dell'aspetto intellettualistico e ideologico dell'intero suo lavoro).
Negli anni del relativismo morale e ideologico (ampiame te testimoniati dalla leggerezza volatile di tante opere iperdivulgate da un mercato ufficiale ancorché monocorde), la durezza strutturata di Claudio Massini pretende di fare da argine, fondando, in nome della complessità, una nuova scuola del pensiero figurativo a cui far corrispondere un rigoroso impianto di costruzione formale. E siccome un saldo impianto di costruzione formale, capace di rifiutare le sirene dell'elementarismo, non può andare disgiunto da una conoscenza specifica dei materiali, ecco che questa deve saldarsi in una tecnica "segreta" e innovativa, stratificata e indicibile, similmente alla grandezza dei problemi affrontati (e poi brillantemente risolti) da Brunelleschi nell'edificazione della monumentale cupola a doppia calotta di Santa Maria del Fiore. Il che vale a dire: sono gli ottanta strati di colore - controllati e vidimati - che danno vita a queste impeccabili superfici pittoriche, e non la presunzione di un gesto che affida l'esecuzione dell'idea a un artigiano via via sempre diverso.
Ora, l'incontro con centocinquanta opere dell'artista Claudio Massini, visto che a Trieste non è stato possibile reperire gli adeguati finanziamenti capaci di finanziare l'intera iniziativa, l'ASSOCIAZIONE JULIET, con l'edizione di due cataloghi che riassumono in maniera affascinante il suo lavoro di questo scorcio di quinquennio è, quindi, fissato, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (via XX Settembre 132), per giovedì 16 marzo, alle ore 18,30.
La mostra è presentata dall'illustre critico Philippe Daverio.
L'iniziativa è stata realizzata grazie al contributo della Città di Conegliano-Assessorato alla Cultura.
Per ulteriori info: 329-2229124.