MAURO COVACICH
Quali sono i tuoi esordi?
"Durante l'anno di obiettore di coscienza a Pordenone, ho scritto un romanzo che poi ho spedito all'editore che mi sembrava più attento verso i giovani (un trucco che impara il lettore-aspirante-scrittore è che ogni libro può avere uno, al massimo due editori). Quell'editore era Theoria, che nella persona di Paolo Repetti aveva pubblicato praticamente tutte le opere prime degli scrittori della generazione precedente alla mia (Lodoli, Veronesi, Onofri, eccetera). Repetti mi aveva telefonato dicendomi che non si sentiva di pubblicare il romanzo ma che gli interessava la mia scrittura. Voleva che lo tenessi aggiornato su quello che stavo facendo, così, quando ho cominciato a scrivere la cosa successiva, gliene ho mandati alcuni capitoli. Nel giro di un paio di settimane mi è arrivato il contratto. Il primo romanzo è ancora inedito".
La tua scrittura è spesso basata su spunti di attualità; ciò deriva dalla tua formazione o da che altro?
"La mia scrittura è il mio sguardo, è nient'altro che la mia curiosità per ciò che ci circonda. Io scrivo per capire qualcosa di me, di noi, del nostro mondo, che ancora non so. Cerco di captarlo e di trasmetterlo con il mio alfabeto. La mia formazione non c'entra".
Tra scrittura e pittura trovi delle somiglianze?
"La letteratura contemporanea, quella seria, ha la stessa attenzione per la realtà attuale e la stessa idiosincrasia per l'accademismo che ha l'arte contemporanea. Portare l'arte fuori dai musei, portare la vita dentro le gallerie: questo sta facendo l'arte contemporanea, ed è ciò che tento di fare anch'io".
In "Fiona", tua ultima fatica editoriale, tracci un profilo ipotetico e psicologico di Unabomber; come ci sei arrivato? Non è che anche tu di notte diventi pericoloso?
"Giulio Mozzi, sul suo blog, dice ogni due per tre che Unabomber sono io, ma si sbaglia, credo si sbagli... scherzi a parte, a me non è mai interessato il versante criminologico di Unabomber ma sempre e soltanto quello antropologico. Di questa persona non so niente di più di ciò che sanno tutti gli altri leggendo i giornali, però l'ho sempre considerata una specie di centralina meteo della nostra epoca, o, ancora meglio, di quelle che misurano lo smog. Questo tizio (o questa tizia) che non ha un obiettivo dichiarato, che non ha un nemico preciso, che quasi sicuramente è integrato al sistema che intende colpire, questo tizio che mette le bombe - le sue piccole creature - negli stessi supermercati in cui potrebbe andare a fare la spesa, questo tizio mi è sempre parso un sintomo troppo interessante per poterlo trascurare: sintomo di una malattia di cui non sappiano neanche il nome ma che tutti concordiamo nell'attribuirla alla nostra epoca, alla nostra zona di mondo. Il resto non mi interessa".