Fabiola FAIDIGA
dicembre 2001
di R.Vidali
Fabiola Faidiga è intrisa di voglia di fare: nel senso che il fare è il mezzo per purificare il suo stesso lavoro. La sua è una presenza positiva nella città di Trieste proprio perché questa voglia riesce a essere contagiosa e a smuovere persino quella deleteria bandierina triestina del no xe pol.
-Ci puoi parlare degli aspetti più insoliti del tuo lavoro? "Il mio lavoro artistico è strettamente legato alla quotidianità, agli avvenimenti di cronaca oltre che alla mia problematicità esistenziale. La spinta che lo motiva è principalmente il desiderio d'incontrare, comunicare, provocare una riflessione. Raramente mi dedico a un lavoro solo estetico. Solitamente si tratta di progetti nei quali (per mezzo degli strumenti fotografici e video) cerco valenze simboliche sull'inesplicabile significato della vita, il peso della morte e il destino dell'umanità". -In definitiva, come passi le sua giornata tipo? "Vivo come un'impiegata e penso come un'artista, o vivo come un'artista e penso come un'impiegata. Questo, in effetti, è un'interrogativo al quale il Signor K. avrebbe sabuto rispondere ben meglio di me: lui sì che riconoscerebbe ai numeri un'anima e alle anime un numero".-E della cucina triestina quali sono i gusti o piatti che apprezzi di più? "Il prosciutto cotto di Siora Rosa e i dolci della pasticceria Penso. Ogni città ha le sue specialità, ma quelle di Trieste hanno la strana caratteristica di indicare un intreccio di culture davvero contradditorio e stratificato. Il nostro difetto è di pensarci sempre troppo poco".-In ultima analisi: che cosa potresti dire a Jeff Koons per convincerlo a trasferirsi a Trieste? "Gli garantirei la fornitura giornaliera di una granatina, formato Puppy, targata pasticceria Penso e lo inviterei ogni giorno a bere un caffé con panna al Cremcaffé di piazza Goldoni".
F.Faidiga accanto a un gruppo di "Sorrisi" 2001, ph. G.Marega